martedì 7 dicembre 2010

DIREZIONE PD ORVIETO: MARIANI TENTA DI RECUPERARE, FA PROPRIO IL DOCUMENTO DELL'OPPOSIZIONE INTERNA

Riunione scoppiettante della Direzione Comunale del PD di Orvieto che si ritrovava per la seconda volta, dopo il congresso, per la definizione degli organismi interni.

La prima riunione si era chiusa con un nulla di fatto perchè l'opposizione interna l'aveva disertata, accusando Mariani di non rispettare gli accordi pre congressuali. Ieri sera invece questa componente, che rappresenta il 50 % del partito, si è presentata con un documento firmato da Fausto Galanello, Giuseppe Germani, Cristina Croce, Andrea Scopetti, Umberto Fringuello, Massimo Stella, Donatella Belcapo, Maio Tiberi e Adriana Bugnini.

Il documento è una sintesi di quello approvato nei congressi dei circoli ma sottolinea l'esigenza di una maggiore autonomia del PD di Orvieto sia dal sistema politico-istituzionale nazionale che regionale.

Questa proposta ha raccolto un ampio consenso, tranne Marino Capoccia, Lamberto Custodi e Pierpaolo Vincenzi , che hanno espresso una forte contrarietà.

Come previsto sia la segreteria che la direzione è stata composta solo da sostenitori di Mariani, mentre l'opposizione interna è rimasta volutamente fuori.

Di seguito il testo integrale del documento :


Costruire la fiducia nel futuro, lavorare per rilanciare lo sviluppo e la qualità della vita a Orvieto.


Il lavoro che Bersani ed il Pd stanno facendo indica ciò che possiamo diventare: il grande partito riformista che i cittadini italiani vogliono ma ancora non hanno, la forza capace di unire il paese e il suo territorio e di portarlo nel XXI secolo, energia civile per arricchire la nostra democrazia, il fermento di una nuova cittadinanza.

A livello nazionale e cittadino, oggi, ci troviamo in una situazione molto difficile sia dal punto di vista amministrativo che di indirizzo politico. La società attuale, e con essa quella orvietana, è caratterizzata da un immobilismo disarmante, da una totale incapacità ad affrontare i problemi reali della società e da una dannosa mentalità distruttiva concentrata soltanto a disconoscere l’operato dei precedenti governi. La precarietà estremizzata, la disoccupazione e l’inoccupazione, il buio attraverso il quale i giovani intraprendono il loro percorso di studi e la totale mancanza di assistenza da parte delle Istituzioni descrivono il nostro Paese e le nostre città che, dati alla mano, scendono mese dopo mese nelle graduatorie europee. La qualità della vita, fiore all’occhiello dell’Italia di fine novecento, oggi risente pesantemente delle scelte politiche ed economiche della classe dirigente: stato sociale maltrattato, sanità ed istruzione in degrado, politiche ambientali inesistenti, crisi della vita urbana, privatizzazione del volontariato; la coesione sociale che ha tenuto unita la società italiana è a rischio. Il Partito Democratico deve farsi avanti e accollarsi la responsabilità della ricostruzione, deve comunicare ai cittadini che è finalmente un partito maturo e capace di guidare il pese e questa città verso giorni migliori.

La nostra città sta diventando la periferia di se stessa.

Il ruolo naturale di punto baricentrico dell’Italia centro-occidentale va via via indebolendosi a favore di un allontanamento sempre più marcato dalle dinamiche economiche, politiche e socio-culturali di questo territorio, ricco di identità, storia e occasioni da saper cogliere per far fronte alle nuove sfide federaliste e commerciali.

Emerge sempre di piu’ un aggregato conservatore e passivo, caratterizzato da rendite e privilegi che, inseguendo continue mediazioni al ribasso, di fatto, si oppone a ogni cambiamento in campo economico, sociale, civile e persino religioso.

Queste forze si sono sviluppate anche grazie alla mancanza di obiettivi e modelli di sviluppo che la politica non è stata in grado di indicare e ad una gestione amministrativa incapace di invertire la rotta che ha portato verso la crisi dell’intero sistema.

L’impianto economico basato sullo sviluppo sproporzionato dell’edilizia privata e delle attività estrattive, che ha caratterizzato il nostro territorio, ha favorito il formarsi di veri e propri monopoli in settori decisivi come quello viti-vinicolo, la progressiva deresponsabilizzazione delle banche per le sorti dell’economia locale e la svendita di tutti gli asset forti della città a partire dalla discarica.


Con questa eredità e su questa realtà siamo chiamati a rimetterci al lavoro, capaci della necessaria autocritica ma al tempo stesso coscienti di rappresentare una parte decisiva della società orvietana.

La parola d’ordine è AUTONOMIA.

Autonomia dal sistema politico istituzionale nazionale e regionale.

Autonomia dai condizionamenti delle forze economiche e dei “poteri forti”.

Ciò non significa solitudine ma, anzi, ricerca di nuova credibilità, autorevolezza e capacità di progettazione, di proposta e di innovazione attraverso le quali promuovere un’azione dal basso che inverta i processi decisionali di natura centralistica e ci permetta di tornare a confrontarci, con forza e dignità, in ambito provinciale, regionale e nazionale.

Il fallimento dell’attuale Giunta non è soltanto amministrativo, sancito dalle difficoltà a chiudere il bilancio 2010, ma soprattutto politico – istituzionale.

Le evidenti perplessità con cui abbiamo giudicato il tentativo del governo cittadino di chiudere il bilancio di quest’anno, viste le premesse quantomeno azzardate con le quali si è arrivati ad oggi (parcheggi, mattatoio, ex Piave …), ci spingono ad affermare che è giunto il momento di cambiare rotta, attraverso le dimissioni di questa amministrazione, per dare ad orvieto una guida rinnovata ed adeguata.


Per aprire un nuovo corso ci vuole un partito democratico diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, pieno di ambiguità e doppiezze.

Nel congresso che si è svolto recentemente abbiamo approvato una proposta basata su tre principi guida:

- Unità

- Responsabilità

- Condivisione

Partendo da queste basi si può ricostruire la ricandidatura del partito democratico alla guida della città.

Per rendere credibile quest'obbiettivo abbiamo detto di lavorare in tre direzioni:


1.

Costruire un partito aperto alle forze migliori della città.
2.

Costruire una piattaforma politico programmatica capace di risanare i conti e creare nuove occasioni di sviluppo.
3.

Ricostruire un rapporto serio e costruttivo con la parte sana e produttiva della città e con le forze politiche del nuovo Ulivo.

Per questo riteniamo non più rinviabile l’apertura del Partito Democratico alle migliori qualità umane ed intellettuali che questa città esprime. Di pari passo proponiamo una conferenza programmatica, da tenersi entro il mese di gennaio, preparata con un confronto nei nostri circoli, con le altre forze del centro sinistra e con le forze economiche e sociali, che permetta al PD di arrivare a fare delle scelte chiare e decise e mettere in campo proposte credibili per la nuova sfida al governo della Città.



Orvieto, 6 dicembre 2010

mercoledì 8 settembre 2010

Per un nuovo modello di sviluppo:una proposta per le tlc - di Luigi Agostini e Alessandro Genovesi

“Quando un paese grande ma povero quale era la Russia, si trovò a dover affrontare la sfida per entrare tra le 7-8 potenze del novecento – una sfida produttiva, sociale e ancor prima politica – scelse con lungimiranza di legare il proprio destino alla più amplia opera di infrastrutturazione delle campagne mai vista prima: l’elettrificazione rappresentò la base del successo pluridecennale del comunismo”. Così è iniziata la ormai “storica” lezione tenuta all’università di Bombay nel 2001 da William N. Joy (comunemente conosciuto come Bill Joy), il "Thomas Edison di Internet" , democratico “moderato” scelto come esperto dall’amministrazione Clinton.

“Sulla base di tecnologie moderne ed avanzate – continua Joy, citando integralmente il discorso di Lenin al Soviet di Pietroburgo - l'elettrificazione (...) fornirà un collegamento tra città e campagna, porrà fine alla divisione tra città e campagna, renderà possibile elevare il livello della cultura in campagna e di superare, anche negli angoli più remoti della terra, l'arretratezza, l'ignoranza, la povertà, le malattie e la barbarie. Oggi la costruzione di reti telematiche di nuova generazione (NGN) rappresenta la novella elettrificazione: crea ,politicamente,blocchi di interessi progressisti, attiva innovazione diffusa, valorizza le professionalità scientifiche e organizzative, genera partecipazione “creativa” in grado di contaminare l’intero apparato produttivo aumentandone il valore anche indipendentemente dalle condizioni geografiche, costruisce la base materiale di una nuova dimensione della cittadinanza e dei diritti globali. Un ecosistema pervaso dalle reti NGN è un sistema aperto, interattivo, multidirezionale, che mette in moto mobilità sociale e una più avanzata divisione del lavoro. Chi ne rimarrà fuori sarà costretto ad inseguire per i prossimi decenni”.
Inoltre,nella attuale crisi da sovrapproduzione,permette di impostare il tema del nuovo modello di sviluppo.
Le reti di Telecomunicazione possono rappresentare infatti la base per un grande progetto di riconversione dei nostri sistemi che la crisi attuale ha dimostrato “obsoleti”, aggregando intorno ad un grande progetto di modernizzazione forze economiche e sociali, interessi e intelligenze progressiste oggi disperse e prive di interlocuzione.

Il dibattito in Europa e nei paesi più avanzati negli ultimi anni, del resto, verte proprio sulle capacità dei sistemi-paese (e in primo luogo delle grandi aziende di tlc) di dotarsi di una nuova rete ad alta velocità nel minor tempo possibile, garantendo da un lato concorrenza sui nuovi mercati, dall’altro investimenti ed interventi atti ad accelerare tanto la costituzione dell’offerta (le nuove reti appunto) quanto di una domanda diffusa, facilitando cosi lo sviluppo di un terziario avanzato fatto di contenuti, servizi amministrativi, sociali e per la produzione che integrerà sempre di più funzioni private e pubbliche (PP.AA., telesanità, telemobilità, interventi ambientali, formazione a distanza, e-commerce, ecc.).La riforma e l’efficienza degli apparati pubblici,l’esperienza insegna,la si fa in gran parte per questa via,e non attraverso le ridicole campagne di Brunetta. Le stesse “manovre anticrisi” varate nel 2010 dai governi inglese, francese, tedesco e spagnolo non solo non hanno ridotto gli investimenti nel settore, ma li hanno potenziati proprio come risposta anticiclica alle difficoltà del momento .

Solo in Italia il confronto politico e sindacale sull’aumento o meno delle capacità produttive delle imprese non si sviluppa su questo terreno, ma si incentra quasi esclusivamente sul contributo che può dare il fattore lavoro (da ultimo la stessa vicenda Fiat si può leggere anche con questa lente), quando invece tutti i principali studi dell’OCSE, della Banca Centrale Europea e del FMI ricordano che “le potenzialità dell’innovazione tecnologica, l’aumento di conoscenza diffusa, la stessa velocità e potenza trasmissiva delle nuove reti siano di gran lunga fattori più incidenti ”.

Discutere e decidere sul futuro delle reti di TLC è quindi un tutt’uno con la necessità che avvenga “un’esplosione di innovazione”. E’ una delle principali sfide, anche culturali e politiche, che abbiamo di fronte. E occorre prima di tutto che il tema acquisti nel nostro paese la centralità che merita, affrontando nodi mai veramente sciolti negli ultimi anni. In Italia essi si possono riassumere, fondamentalmente, in quattro questioni, tra loro legate: come costruire,con un determinante intervento pubblico, la NGN italiana in termini remunerativi per chi vi investe; come alimentare una domanda di nuovi servizi che ci “educhi” all’innovazione; come rilanciare una “filiera” dell’ICT per non essere meri consumatori di produzioni straniere; come far uscire Telecom Italia – la principale azienda del settore e l’unica dotata di un infrastruttura propria – dallo stallo in cui è.

Senza dare una soluzione contestuale a queste questioni, il rischio è che continui l’attuale fase di paralisi del settore delle TLC e dell’ICT e che le diverse proposte in campo (sia di Telecom da un lato, sia degli altri operatori dall’altro) si riducano a mere tattiche di contenimento e di “sbarramento” degli uni verso gli altri,di una vera e propria neutralizzazione reciproca. (al riguardo si veda anche l’ultima Relazione Annuale dell’Autorità per le Comunicazioni - AGCOM).

Occorre decidere non se, ma come, rispondere a queste domande:
1) Quali risorse , quali investimenti per creare la rete di nuova generazione (evoluzione naturale dell’attuale rete in rame e da integrare fortemente con le reti mobili di ultima generazione), in un momento di scarsità delle risorse pubbliche (quelle poche stanziate sono state già riassorbite in altri capitoli di spesa), di difficoltà della più grande azienda privata (Telecom Italia) e dei suoi principali concorrenti? All’interno di quale quadro regolatorio tenere insieme un determinante sostegno pubblico, remunerazione degli investimenti, trasparenza e concorrenza, valorizzando le risorse di tutti? La direzione politica nazionale deve prendere atto che oggi le aziende delle TLC e dell’ICT in Italia non sono in grado di sviluppare da sole quella massa di investimenti necessari a dotare il paese di una delle infrastrutture strategiche per il futuro e non può lasciare alla pur lodevole iniziative degli enti locali una partita così importante. Inoltre le attuali rete in rame stanno giungendo ad un livello prossimo alla saturazione.
2) Quale percorso possibile si può mettere in campo già nei prossimi mesi per generare una iniziale domanda diffusa per la NGN, che ci educhi anche all’innovazione, a nuovi paradigmi e modi di fare e di essere cittadini, produttori e consumatori?
3) Come si può (e si deve) tenere insieme un piano per la NGN, la costituzione di una domanda iniziale diffusa e il rilancio di un’industria italiana dell’ICT, oggi sempre più schiacciata da economie di scala ridotte e un mercato dell’innovazione asfittico?
4) Come superare l’empasse debitorio e proprietario in Telecom Italia, che da tempo condanna la principale azienda di TLC a non proporre un piano industriale in grado di rilanciare il mercato?

Ci piaccia o no infatti, con riferimento a questo ultimo punto, a più di un decennio di distanza, dobbiamo dichiarare che la privatizzazione di Telecom Italia, per come si è realizzata, è stata un fallimento. Un’azienda con oltre 120 mila dipendenti, una capacità di investimento superiore a 10 miliardi di euro l’anno, senza debiti e con una forte concentrazione di competenze è oggi un’azienda profondamente in crisi, con meno di 56 mila lavoratori, priva di una strategia in grado di risolvere il problema dell’eccessivo debito e degli attuali assetti proprietari, sparita quasi completamente dai mercati esteri emergenti.

Soprattutto è un’azienda non più capace di essere “il motore dell’innovazione”, che blocca l’intero sistema e ne paralizza le scelte strategiche (e non migliore è il panorama nel resto del settore: le aziende Telco più o meno forti affacciatesi sul mercato italiano negli ultimi anni si sono progressivamente svuotate di professionalità ed il loro finire tutte in mani straniere ci consegna un saldo negativo, per gli interessi del Paese).

Per questo oggi più di ieri il futuro delle TLC è indissolubilmente legato a quello di Telecom Italia. E il futuro di Telecom passa dal risolvere la principale contraddizione che tutti abbiamo di fronte: da un lato la rete Telecom rappresenta un’infrastruttura strategica per il Paese, necessaria per fare la rete di nuova generazione (NGN) con la graduale sostituzione di rame e centrali e per accelerare la migrazione dei clienti sulle nuove tecnologie. Un “bene comune” nell’accezione più ampia. Ma dall’altro siamo tutti ben consapevoli che una valorizzazione dell’attuale rete Telecom, fuori dal perimetro dell’azienda, rischia di impattare con il valore stesso dell’azienda, la sua governance, i suoi fatturati e farebbe venir meno quell’integrazione verticale tra settori (a partire dall’informatica e dai costumer) che - oltre a contraccolpi occupazionali - priverebbe Telecom della possibilità di riposizionarsi su servizi personalizzati, sull’offerta di soluzioni informatiche e ICT convergenti, ecc. Pensare – anche come management di Telecom Italia – di sciogliere questo nodo al di fuori di una più ampia discussione sul futuro delle TLC e dell’ICT nel Paese è quindi impossibile.


COSTRUIRE L’OFFERTA: UN PIANO PER LA NGN ITALIANA

Partiamo, allora, da quello che – piaccia o no – non si può fare (per motivi industriali, tecnologici, economici, politici e sociali). Non si può espropriare Telecom della sua rete. Non si può concepire la rete di nuova generazione come esclusivamente subordinata all’evolversi del mercato televisivo, in quanto la rete è volano di più settori, più integrazioni, più convergenze (non si può cioè pensare al futuro della rete Telecom come risposta “truccata” alla sfida Mediaset-Rai-SKY o come mero strumento subordinato alle dinamiche del mercato pubblicitario on line). Non si può pensare alla NGN come una rete esclusivamente tutta in fibra. Non si può realmente credere che l’eventuale nuova società costituita da Vodafone, Fastweb, Wind e Tiscali senza finanziamenti pubblici e senza un’integrazione con Telecom Italia, si possa cimentare in una competizione sull’infrastruttura oltre alcune e specifiche aree metropolitane a forte valore di mercato.

Quindi passiamo a quello che non possiamo permetterci che accada. Non si può accettare il calo degli investimenti e dei ricavi in un settore strategico, motore principale dell’economia della conoscenza. Non si può accettare la paralisi del settore che sta trascinando in un baratro la già non eccelsa realtà dell’informatica italiana (o meglio di quello che vi rimane). Non possiamo perdere tempo prezioso rispetto ai paesi concorrenti dell’Italia che già sono avanti nella costruzione della NGN e che divengono sempre più competitivi e attrattivi di investimenti (soprattutto quando la crisi internazionale sarà finita).Il tempo sta’ scadendo,se non scaduto. Occorre un vero e proprio “Patto per il futuro del Paese”, un “Patto per l’ICT” che coinvolga tutti, ognuno per le proprie responsabilità e poteri. Il Paese deve darsi una scadenza (un vero e proprio “switch off” per la banda ultra larga): entro il 2015 l’ 80% della popolazione italiana e delle imprese deve essere dotato di banda ultra larga e il restante 20% di banda larga.
E sarebbe assai utile – oltre che giusto – che di questa bandiera si impossessassero le forze del centro sinistra, costruendovi intorno alleanze sociali e di interessi, aprendo la discussione e chiamando a raccolta le tante intelligenze, professionalità, imprese e lavoratori sicuramente interessati ad una forte proposta di innovazione industriale.

Solo una “scelta politica” può infatti creare le condizioni per una “dotazione di risorse pubbliche e private” straordinarie, da agevolare con interventi regolatori e con scelte di priorità chiare.

Il Governo e Agcom, per rendere remunerativi gli investimenti sulle reti di nuova generazione, dovrebbe stabilire il prima possibile un percorso di liberalizzazione graduale delle tariffe all’ingrosso per la connessione alla NGN. O in alternativa riconoscere un chiaro sistema di “risk premium” per gli investimenti, definendo i prezzi minimi regolamentati per l’accesso alle reti di nuova generazione, indipendentemente dalle modalità di realizzazione (se in consorzio, se in competizione infrastrutturale, ecc.). Agcom deve cioè definire presto le tabelle di remunerazione minima di passaggio per tutte le infrastrutture di nuova generazione che vanno dal primo stadio di centrale (dorsale) fino alle centrali periferiche, agli armadietti e alla singola abitazione/azienda (tariffe minime per fiber to building, tariffe minime per fiber to home). Così che tutti possano pianificare gli investimenti e soprattutto, a fronte di una spesa e un rendimento minimo correlato, ricorrere a strumenti finanziari, creditizi e azionari per reperire risorse.
Un vincolo/cofinanziamento pubblico dovrebbe inoltre garantire da subito una “tariffa a prezzo simbolico/franchigia” a tutti i servizi offerti dalle pubbliche amministrazioni, per le reti civiche, per i soggetti del privato sociale (anche al fine di agevolare la costruzione di una domanda diffusa, così come già si va sperimentando con successo in Olanda e Germania). Tale principio di liberalizzazione dovrebbe essere riconosciuto a tutti i soggetti pubblici o privati che siano titolari della nuova rete, a condizione, infine, che si facciano garanti anche proquota di estendere la rete alle aree identificate da AGCOM come aree non di interesse di mercato .
Insomma intervento pubblico diretto (in partecipazione) o indiretto (messa a bando) senza tabù ideologici, liberalizzazione graduale in cambio della riduzione del digital divide, remunerazione degli investimenti privati con prezzi a liberalizzazione graduale (all’inizio più alti) a fronte di uno stimolo generalizzato all’aumento della domanda che faccia diminuire nel tempo le tariffe all’ingrosso. Da subito si potrebbero “scongelare” le risorse già disponibili (800 milioni presso il CIPE, 264 presso Infratel, 188 milioni a disposizioni della aree rurali) e si potrebbero coordinare i piani e le risorse regionali messe in campo (per altri 2 miliardi già stanziati).

Così come vanno stabiliti (in sede governativa e di AGCOM) meccanismi per far contribuire alla manutenzione/implementazioni delle reti i diversi produttori di contenuti/pubblicità che oggi, con l’aumento della domanda (peer to peer, on demand, motori di ricerca, ecc.) stanno portando alla saturazione della rete, senza però contribuire direttamente o indirettamente al suo potenziamento. Se cioè da un lato occorre che le aziende di TLC per reperire risorse devono assolutamente differenziare offerte e tecnologie, dall’altro occorre definire modalità di compartecipazione alla manutenzione/implementazione delle reti da parte di coloro che godono (trasferendo spesso valore all’estero) della connettività, non escludendo in una prima fase (con attenzione e con ponderazione, differenziando tra servizi di lusso, servizi a consumo generalizzato, servizi di utilità sociale) prezzi che permettano la condivisione del rischio tra investitori e utilizzatori.

Ovviamente la NGN non dovrà per forza essere completamente in fibra in tutte le sue parti ne inizialmente in tutti i territori: la nuova rete sarà inevitabilmente integrata da un potenziamento delle capacità trasmissive delle reti mobili grazie all’utilizzo di maggiore ampiezza di banda e agli apparati di ultima generazione. La NGN sarà nei fatti una rete basata sulla convergenza di più reti trasmissive (del resto l’omogeneizzazione del protocollo IP segna già questa incontrovertibile direzione di marcia) anche perché sempre più l’utilizzo della banda ad alta velocità – a detta dei principali esperti – sarà every where e con utenti nomadi.


AGGREGARE LA DOMANDA: UNO SFORZO COLLETTIVO

Ma l’eventuale offerta di per sé non basta. Il “Patto per l’innovazione del Paese”, va declinato anche dal lato della domanda. Oggi essa è insufficiente per le capacità della NGN e la costante, ma lenta, diffusione della tv on demand non basta. Occorre sviluppare una strategia di aggregazione generalizzata della possibile “domanda”: pubbliche amministrazioni, enti locali, sistemi sanitari, bancari, ecc. devono essere coordinati da una regia pubblica per l’aggregazione delle possibili domande, al fine di rendere profittevoli già nel breve periodo gli investimenti degli operatori ICT. Serve anche qui una vera e propria “cabina di regia”, un “Comitato nazionale per lo sviluppo della domanda di nuovi servizi” che coordini in maniera efficiente quanto già esiste (o è in programma, a partire da quanto annunciato dal Ministero per la Funzione Pubblica e l’Innovazione e dal Ministero per le Attività produttive) e dia un impulso deciso a chi “è in ritardo” .
Uno switch off parallelo, se vogliamo semplificare, che già di per sé rappresenterebbe una rivoluzione culturale per il paese. Tale “Comitato” dovrebbe assorbire e sfoltire la miriade di gruppi di lavoro, comitatini, tavoli ministeriali, facendosi carico anche di coordinare tutte le azioni oggi disperse (pubbliche e private) a sostegno di: maggior penetrazione dei PC nelle famiglie italiane; alfabetizzazione informatica; diffusione della moneta elettronica come ordinaria modalità di pagamento di beni e servizi.

Infine accanto alle autostrade vanno pensate le “automobili made in Italy”. La scomposizione prima e la crisi poi delle grandi aziende informatiche (Olivetti, Bull, Getronics – oggi Agile/Eutelia - Accenture, Ibm) hanno portato alla crisi di un comparto strategico, fondamentale per integrare le strategie di convergenza e sviluppo delle aziende industriali e di tlc. Per troppo tempo si è assimilata una visione delle imprese di ICT esclusivamente finalizzata alla erogazione e alla “manutenzione” di prodotti informatici, VAS e terminali esteri, facendo venire meno una strategia generale del sistema paese che - solo dalla costruzione di Poli tecnologici, informatici e di tlc - può ricominciare a perseguire una propria politica industriale per l’innovazione degli apparati produttivi. Occorre approfittare allora della riorganizzazione del settore per un grande progetto di politica industriale che tenga insieme tutta la ICT, avendo come interlocuzione l’intero mondo delle imprese: un grande piano per l’ICT italiano, in grado di valorizzare le professionalità presenti nelle diverse aziende oggi in crisi, rilanciando così anche una più generale politica per la ricerca applicata alle nuove soluzioni tecnologiche e organizzative. Non è una strategia diversa da quella per le TLC e la NGN, ma il suo naturale complemento, ritagliata sulle esigenze e specificità dei nostri sistemi sociali ed economici. Serve una proposta industriale per tutta la filiera: anche perché, altrimenti, la prospettiva anche occupazionale dell’attuale settore delle TLC sarà quella di un trascinamento verso il “basso”, più verso i call center che non verso la parte avanzata della ricerca e dello sviluppo IT. Senza un’industria dell’innovazione forte che accompagni la creazione delle reti di nuova generazione, che le renda “multi applicabile” per utilizzare un linguaggio caro agli informatici, rischiamo infatti il fallimento di ogni possibile modernizzazione dell’apparato produttivo, creando una “NGN” vuota o dove altri producono ciò che dovrà passare.

IL NODO TELECOM ITALIA
Infine va affrontato il nodo “Telecom”: la recente vertenza iniziata con oltre sette mila licenziamenti annunciati e poi conclusasi positivamente i primi giorni di Agosto con un’intesa tra azienda, sindacati e Governo (e molto rimane da fare nella “gestione concreta” dell’accordo) ha indicato una possibile direzione di marcia con uno dei più grandi progetti di riconversione professionale di figure tecniche e operaie (saranno almeno 4000 mila i lavoratori coinvolti) verso i nuovi servizi e le nuove tecnologie di comunicazione e di “digitalizzazione” degli ambienti umani (casa e impresa). Ma è stata, per quanto avanzata, una risposta difensiva, finalizzata a salvaguardare occupazione e possibilità di sviluppo. Quel che è mancato e manca è una risposta industriale e finanziaria (cioè un progetto a medio termine) che metta in sicurezza l’azienda, così da dare il suo fondamentale e necessario contributo al “Patto per il futuro dell’ICT”. La principale azienda del Paese (per numero di lavoratori, per professionalità possedute, per investimenti fatti e programmati) deve poter uscire dallo stallo in cui è e tornare ad essere “la lepre da inseguire”.

Occorre affrontare il tema del debito e di una ricapitalizzazione dell’azienda. Occorre sciogliere il nodo di Telefonica. In relazione alla situazione debitoria di Telecom, l’unica strada, facilitata anche dalla proposta di remunerazione delle nuove reti, non può che essere o una ricapitalizzazione da parte degli attuali soci o l’emissione di uno specifico bond a garanzia pluriennale (10-15 miliardi) tale da mettere l’azienda nelle condizioni, per i prossimi anni, di raddoppiare gli investimenti sul mercato domestico ed internazionale. Bond aperto a tutti i soggetti pubblici e privati che sarebbero garantiti oltre che dai notevoli flussi di cassa e dai beni patrimoniali anche dai ritorni dei nuovi investimenti sulla NGN. Lo stesso Bond potrebbe essere coperto pro-quota per quella parte destinata specificatamente alla costruzione della rete di nuova generazione.
Se lasciata libera di operare nel medio termine su aree a forte remunerazione, con patti chiari di medio periodo, diviene infatti meno importante e delicata la discussione sul ruolo di Telefonica o di un altro grande operatore straniero dalla forte vocazione industriale: quello che infatti dovrebbe contare per il sistema Paese (e per i lavoratori di Telecom) è evitare che una paralisi permanente dell’azienda la porti ad essere – prima che poi – una facile preda per chi non ha interesse ad investire in Italia.


In conclusione, il progetto tlc può qualificare una sinistra politica e sociale moderna, e rappresentare la bandiera di un nuovo modello di sviluppo. Per parafrasare lo stesso Lenin citato da Bill Joy, se il socialismo era simbolizzato, all’inizi del secolo scorso,dalla parola d’ordine di “soviet ed elettrificazione”, oggi un moderno socialismo non potrebbe essere definito meglio che dalla parola d’ordine “autogoverno e reti telematiche .”Per tutti.


Roma 4 settembre 2010

venerdì 27 agosto 2010

BEPPE CIVATI - «L'antiberlusconismo non porta lontano» - di Alessandro Braga

Giuseppe Civati è consigliere regionale del Pd in Lombardia. Trentacinque anni. Alle ultime primarie appoggiò Ignazio Marino.



Tre giorni fa la lettera al paese di Veltroni sul Corriere. Ieri Bersani su Repubblica. Siamo alla politica epistolare?Non vorrei che questa mania «alla Jacopo Ortis» sia il segnale di un centrosinistra che si scrive perché non si sa parlare. Mentre i nostri si mettono davanti a carta, penna e calamaio altri, come la Lega, occupano le prime pagine dei giornali con le loro iniziative fatte di razzismo e populismo. Dovremmo essere noi a riempire i giornali perché siamo tornati ad essere un partito vivo, con una chiara identità e iniziative importanti per il paese. Senza diventare sostenitore dell'uno e dell'altro, mi sembra che la lettera di Veltroni abbia uno sfondo politico culturale più profondo, mentre quella di Bersani è più politichese, per addetti ai lavori.



Ma nella sostanza, che giudizio dai alla proposta Bersani?Mi pare che Bersani si dica disponibile a costituire un governo tecnico e, in caso di elezioni anticipate, un vasto schieramento democratico per fermare Berlusconi. Parla di nuovo Ulivo e di addio all'Unione ma non si capisce quale sia il vecchio Ulivo, quale il nuovo. Mi pare che si sia fermi all'antiberlusconismo, accusa che proprio Bersani aveva fatto ai suoi avversari interni. Un'alleanza con chi dice no a Berlusconi presuppone l'assunzione del concetto che la sua presenza sia definitiva nel panorama politico. Cosa che abbiamo già fatto in passato ma che non porta buoni frutti. Invece...



Invece?Dovremmo dire quale Italia vogliamo e poi portare avanti quell'idea con chi ci sta.



Che Italia vuole il Pd di Civati?Intanto dobbiamo indicare come rimettere in pista il paese. Generare aspettative di rinnovamento. Rilanciare la nostra idea su questioni fondamentali.



Quali?Dobbiamo proporre un vero programma economico, in questo momento di crisi. E avere il coraggio di dire chi deve pagare il conto. La finanziaria di Tremonti sta colpendo i ceti medio-bassi. Noi dovremmo dire qualcosa sulle transazioni finanziarie e i grandi patrimoni, ad esempio. E poi dire come vogliamo investire i tanti o pochi soldi che abbiamo. Puntando ad aiutare i giovani con una vera politica sulla casa, combattendo il precariato che al massimo può essere una fase per l'inserimento nel mondo del lavoro, ma la prospettiva deve essere di avere un lavoro come lo hanno avuto i nostri genitori. Altrimenti quando saremo noi i genitori come faremo? E poi punterei sui diritti civili.



Con chi?Con chi ci sta. Darei per scontato in un progetto del genere l'appoggio di Vendola e Di Pietro. Ma dobbiamo essere capaci di dialogare anche con altri. Però attenzione, va bene allearsi anche con il diavolo per sconfiggere Berlusconi, ma bisogna ottenere risultati, altrimenti è inutile.



Anche utilizzando «forme più articolate di convergenza», come dice Bersani? Cosa vuol dire, una riedizione della desistenza?Non è chiaro: si parla di un accordo con chi ci sta. Ma non credo sia una nuova desistenza, più che altro la vedo come un accordo su alcuni punti di fondo.



Sulla legge elettorale si potrebbe trovare questo accordo?Sì, ma non aspetterei le elezioni. Portiamo una proposta in parlamento ora, troviamo un accordo anche con Fini e Casini e chiediamo di votare la nostra proposta. Alla camera si potrebbe mettere sotto il governo in questo modo.



Ma quale proposta? Che tipo di legge elettorale?Una legge che ridia dignità al parlamento. Se non si trova nulla di meglio potrebbe andare bene anche il Mattarellum. E poi il centrosinistra deve puntare sulle primarie, riavvicinarsi alla gente.



Il porta a porta di Bersani?Quella è una buona idea. Bersani dice che è arrivato il tempo di suonare le nostre campane. Io mi accontento dei campanelli.

giovedì 8 luglio 2010

Superconti Spa, stato di agitazione e blocco degli straordinari

La protesta decisa da Rsa e sindacati dopo la rottura del tavolo sul contratto integrativo


I lavoratori di Superconti Spa di Terni entrano in stato di agitazione e avviano da oggi, mercoledì 7 luglio, il blocco degli straordinari. La protesta, sostenuta oltre che dalle Rsa di Superconti, da Filcams Cgil, Uiltucs Uil e Fisascati Cisl di Terni, scatta dopo la rottura delle trattative per il rinnovo del contratto integrativo aziendale, scaduto da tre anni e sul quale l'azienda ha mostrato “una totale chiusura, negando qualsiasi riconoscimento ai lavoratori e respingendo tutte le proposte della piattaforma sindacale”.
In particolare sindacati e Rsa sottolineano la delicatezza di alcune questioni poste nella piattaforma e sulle quali l'azienda non ha accettato alcuna mediazione: tra queste c'è prima di tutto il mancato accordo sul lavoro domenicale (in violazione, sottolineano i sindacati, di quanto previsto dal contratto nazionale) e sulla richiesta di una maggiorazione dignitosa per i lavoratori e le lavoratrici che si impegnano per pochi euro nel lavoro festivo. Filcams, Fisascat e Uiltucs di Terni sottolineano infatti che “attualmente le maggiorazioni per i lavoratori di Superconti (che tra l'altro ha sei punti vendita tutti nel centro cittadino e può quindi effettuare tutte le aperture domenicali che desidera) sono di gran lunga le più basse rispetto agli altri contratti integrativi del commercio e della distribuzione cooperativa siglati nel territorio provinciale”. Altra questione centrale posta dai sindacati è quella dell'organizzazione del lavoro per i tanti dipendenti part-time (che rappresentano la maggior parte della forza lavoro in azienda), per i quali, dicono le tre sigle, “attualmente il premio di produzione è inesistente”.
“Pur essendo consapevoli della situazione di crisi globale che investe il territorio, anche se – sottolineano i sindacati e le Rsa – Superconti non ha ancora mai portato alcun dato contabile che possa in qualche modo giustificare il suo atteggiamento di chiusura totale, giudichiamo inaccettabile e incomprensibile la volontà di non pervenire ad alcuna mediazione per riconoscere ai lavoratori lo straordinario impegno profuso negli ultimi anni e lo spirito di forte fidelizzazione all'azienda che li caratterizza”.
Confermando dunque l'apertura dello stato di agitazione, sindacati e Rsa annunciano che nei prossimi giorni verrà convocata un'assemblea di tutto il personale per decidere come portare avanti la mobilitazione a difesa dei diritti dei lavoratori.

martedì 29 giugno 2010

Politica e cultura: quali speranze? Mario Tronti e il vescovo di Orvieto-Todi Giovanni Scanavino a dialogo

Un filosofo “marxista” e un vescovo. Più precisamente, uno dei più originali pensatori “radicali” italiani - capace di tenere assieme il barbuto di Treviri e Carl Schmitt, Lenin e Max Weber, i gesuiti spagnoli e Machiavelli – e un frate, presule nella diocesi di Orvieto-TODI, votato ad Agostino di Tagaste, il santo africano ritenuto uno dei massimi pensatori del mondo occidentale.
Stiamo parlando di Mario Tronti e di padre Giovanni Scanavino, messi l’uno accanto all’altro, dalle ore 21.00 di giovedì 1 luglio, alla Festa Democratica di Orvieto.
La riflessione su “Politica e cultura: quali speranze”, coordinata da Giuseppe Della Fina, vuole anzitutto essere un invito a liberare il pensiero dagli ingombranti imballaggi che impediscono l’esercizio della trascendenza, quella virtù specificatamente umana che interpone tra uomo e mondo una differenza, uno stacco dentro cui abita lo spirito, la cultura, l’arte, la politica. Al centro del dialogo, la riflessione del filosofo sugli esiti terminali di una modernità che non contempla il controtempo della trascendenza.
“L’homo religiosus – afferma Tronti sorprendendo qualche nostalgico mangiapreti - ha una potenzialità di alternativa, e di antagonismo, rispetto alla struttura fondante di questo mondo, che l’homo democraticus non ha e non può avere, perché è stato costruito affinché non l’avesse”. I primi cristiani, precisa l’autore di “Operai e Capitale”, riuscirono a mantenere una radicale alterità rispetto al mondo pur senza diventare estranei al mondo. Vinsero perché durarono. E durano perché, come si dice nel Vangelo di Giovanni, erano “nel” mondo ma non “del” mondo.
Tronti vede nella riduzione del mondo a pura immanenza il trionfo dello spirito borghese illuminato. Quello stesso spirito, che ancor oggi governa il processo della modernizzazione, vieta il conflitto, l’audacia della trasformazione radicale e istruisce il pensiero politico delle società postindustriali. Il mondo è pieno, non ammette crepe o alterità radicali. “Il massimo ammissibile del conflitto – afferma il filosofo - è la provvisoria personalizzazione di quel qualcuno, nella parte del’cattivo’”. Dentro la categoria del conflitto Tronti rilegge la vicenda della classe operaia novecentesca. “Gli operai dentro il capitale - scrive - sono stati l’ultimo anello, quello giunto a più alta coscienza, della lunga catena degli oppressi. Ai lavoratori di oggi bisogna riconsegnare questa coscienza, di essere un ulteriore anello della catena”.
L’annientamento del conflitto, dell’irriducibile alterità non segna solo la fine della classe operaia ma anche della politica. “Più la politica si assimila al mondo - sottolinea Tronti -, a ciò che è così com’è, più diventa superflua”. Bisogna allora guardare alla religione, a quel rapporto con l’Invisibile che rende la persona “indisponibile, inassimilabile, incatturabile per una coscienza dominante di mondo che ti dice: è tutto qui, non c’è altro, quello che conta è quello che vedi, devi sistemarti, o devi partecipare, che è la stessa cosa”. In quell’indisponibilità si scorgono i bagliori dell’atto di libertà, dell’autodeterminazione anche collettiva.
È quindi un errore – sostiene il professore senese – declinare la laicità in chiave antireligiosa. “La laicità di cui abbiamo bisogno – prosegue - è più una interpretazione del sacro che un’assunzione del secolo. Su questo possiamo trovare un vero reciproco ascolto con altre sensibilità alternative. Credetemi, c’è più varietà di posizioni e libertà di pensiero in quella ‘complexio oppositorum’ che è la Chiesa cattolica, di quanto ne potete trovare nel pensiero unico del Fondo monetario internazionale. Non sbagliamo bersaglio. Il nemico, il nemico non l’avversario, è questo, non quella. Più in generale, sulla denuncia dei mali del mondo e sul destino dell’essere umano, tra la dimensione del politico e la dimensione del religioso coltiverei oggi più la possibilità di un incontro strategico che l’occasione di un conflitto quotidiano”.
Dopo l’estinguersi di innumerevoli terze vie, sarà forse la resistenza al secolo della Chiesa ad offrire alla sinistra un modello di politica all’altezza dei tempi?

venerdì 25 giugno 2010

I Sindaci dei Comuni Montani dell'Umbria incontrano l'Uffico Scolastico Regionale : concertazione per trovare soluzioni comuni in difesa della scuola

La delegazione dei Comuni Montani dell'Umbria, composta dai Comuni di Castel Giorgio, Città delle Pieve, Foligno, Gubbio, Lisciano Niccone, Lugnano in Teverina, Montegabbione, Monteleone d'Orvieto, Piegaro, Sellano, ha avuto un incontro questa mattina con la Direzione Scolastica Regionale in cui erano presenti il Vicedirettore Regionale Dott. Petruzzo, e i Direttori Provinciali, Dott.ssa Bodo e Dott. Monetti.

I Comuni Montani hanno evidenziato che la situazione scolastica attuale è una questione territoriale, sia dei piccoli che dei grandi Comuni in cui ci sono plessi svantaggiati. Le scuole dei piccoli centri sono quelli che, oltre a rappresentare dei presidi culturali, danno vita ai territori che per loro natura geo-morfologica sono penalizzati dal punto di vista dei servizi.
L’USR risponde che le risorse sono limitate e accettano questo incontro che vede al tavolo molti Comuni, perché così non si trovano costretti a tagliare organico ad un Comune per assegnarlo ad un altro. L’USR lavora con i parametri gestionali del Ministero e della Regione ed ha ha una responsabilità nell’attuazione.
I Comuni Montani hanno presentato un documento, (in allegato) frutto di una riunione sottoscritto da 24 Sindaci e dall'ANCI Umbria ed hanno avanzato delle richieste:

1. Coinvolgimento da parte dell'USR degli enti locali nell'applicazione della Riforma Gelmini con particolare riguardo alle scuole dei Comuni Montani, come espresso nel DPR 20 marzo 2009 n.81 e nella Costituzione Italiana.
2. Il rispetto del parametro di 10 bambini nella formazione delle classi con possibilità di deroga in considerazione: del tempo che i bambini devono trascorrere dentro il pulmino; dell’andamento demografico dei prossimi anni per assicurare una continuità; dei flussi migratori particolarmente consistenti in alcune zone;della presenza di handicap.
3. Che l'analisi dei dati venga fatta per Istituto da un punto di vista dell’organico e che nel caso di pluriclasse venga lasciata la valutazione interna all'Istituto (la pluriclasse può essere considerata didatticamente dignitosa se vi è sufficiente organico).
L’USR afferma che si è di fronte ad un duplice problema: gestire situazioni nei piccoli plessi con classi di 8 alunni e nei plessi piu’ grandi classi da 27 alunni. I Comuni affermano che questa è la “doppia faccia della stessa medaglia” perché accorpando i plessi e impoverendo le scuole nella didattica e costituendo le pluriclassi con personale docente in numero insufficiente, le famiglie scelgono di trasferirsi o di portare i bambini in centri piu’ grandi congestionando così la situazione di altri plessi scolastici.
Il Vicedirettore afferma che le risorse da assegnare nell’organico di fatto sono una piccola percentuale rispetto all’organico di diritto, ma i Comuni Montani rivendicano che un diritto garantito non può eludere da vincoli di bilancio, come testimonia la sentenza della Corte Costituzionale del 22.02.10 riguardo al sostegno all'handicap.
I direttori provinciali confermano che la scuola di ieri non esiste piu’ e che l’indirizzo di oggi si orienta verso una scuola di 27 ore.
Infine i Comuni Montani chiedono all'USR di condividere le proposte avanzate e manifestarle con convinzione al Ministero dell'Istruzione, dell'Università e Ricerca, tramite la Conferenza Stato-Regione al fine di assicurare il diritto allo studio a tutti i cittadini, indipendentemente da dove si vive.
A tal scopo chiedono che l'USR si attivi per ottenere risorse aggiuntive nella gestione della situazione dei plessi scolastici dei Comuni Montani.

Dalla riunione emerge la necessità di un incontro urgente da parte dei Comuni Montani e dell’USR con la Regione Umbria già richiesto programmato nella prossima settimana.



ViceSindaco di Montegabbione


Dott.ssa Isabella Marchino

domenica 13 giugno 2010

Cgil Orvieto, Maria Rita Paggio riconfermata alla guida

Giovedì 10 Giugno 2010, si è tenuta la III° Assemblea Congressuale di Zona della Camera del Lavoro di Orvieto. L’assemblea, aperta dalla relazione di Maria Rita Paggio e conclusa dal Segretario Generale della Cgil dell’Umbria Mario Bravi, è stata caratterizzata da numerosi interventi dei responsabili e delegati delle varie categorie che hanno sottolineato come le ricadute della crisi si stanno manifestando in tutta la loro gravità sul tessuto produttivo del territorio.
Al termine dei lavori Maria Rita Paggio è stata riconfermata all’unanimità responsabile della Cgil orvietana.