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domenica 25 ottobre 2009

Pd, Bersani nuovo segretario. Ad Orvieto ha preso il 53 %



Festa al Comitato Elettorale con Rosy Bindi, D'Alema, Letta e Bersani

Le PRIMARIE del PD hanno segnato una straordinaria partecipazione di elettori del centrosinistra. Ancora non ci sono ancora dati definiti ma si dovrebbe arrivare tra i 2,5 e i 3 milioni. Anche ad Orvieto grande partecipazione popolare con 1917 cittadini che si sono recati alle urne.
Bersani esce dalle primarie con una forte investitura che gli permette di avviare i cambiamenti necessari per rimettere in pista il PD. Ad Orvieto le Primarie hanno confermato i dati del congresso. Nonostante il super attivismo, soprattutto postale, ed i tentativi di metterla in rissa Mocio, Liliana Grasso, Marricchi e Meffi escono sonoramente sconfitti.Bersani raccoglie il 55% nel comprensorio ed oltre il 52% ad Orvieto. Castelviscardo, Parrano, Ficulle e Fabro si confermano le roccaforti bersaniane nel territorio mentre ad Orvieto Sferracavallo rimane insieme alle frazioni ed al centro storico il punto di forza di Bersani. Risultato al di sotto delle aspettative a Ciconia mentre a Orvieto Scalo per 7 voti vince Franceschini che però paga la difesa a spada tratta di Purgatorio.
Significativo il risultato della mozione Marino, il migliore in ambito regionale.Il senatore chirurgo raccoglie attorno al 16% sia nella città che nel comprensorio. Con questi risultati ci sono tutte le condizioni per mettersi alle spalle il passato e finalmente avviare il dopo Mocio.

venerdì 23 ottobre 2009

25 Ottobre Primarie PD vota Bersani e Bottini

Costruiamo un partito in grado di “Pensare l’Umbria del domani”, da soggetto protagonista.
Per farlo possiamo contare non solo su solide radici storiche, politiche e culturali, ma su nuove gambe snelle e veloci perché fatte di nuove idee, proposte e scommesse per il futuro.


VIDEO

http://www.facebook.com/video/video.php?v=1278392879661&ref=nf

giovedì 22 ottobre 2009

BERSANI : PD, vecchia e nuova generazione

Vi proponiamo un video intervento di Bersani moltooooo...interessante

http://www.youtube.com/watch?v=7ENSrPccE7A&feature=player_embedded

sabato 17 ottobre 2009

Incontro fra il candidato del Pd BERSANI e il terzo settore.





LUNEDI 19 alle ore 18,00 al Circolo Arci di Sferracavallo (Orvieto-TR) Catiuscia Marini incintra il III settore in una iniziativa della Mozione Bersani

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da www.associazioniinrete.it/

«Negli ultimi due anni non c'è stato confronto Un errore per chi punta alla coesione sociale».

Le proposte, più o meno, sono quelle. «Welfare efficace e sostenibile », ovviamente «da riformare», ma senza dimenticare«le grandi riforme» targate centrosinistra (old version), quelle Turco (Livia) per l'assistenza e quella Bindi (Rosy) per la sanità, ma anche l'innalzamento delle pensioni a 700 euro (governo Prodi bis, last version). L'idea anche, è sempre quella: «Riqualificare l'intervento pubblico e promuovere una nuova alleanza tra Stato, terzo settore e soggetti privati, ispirata al principio di sussidiarietà, nella chiarezza delle diverse responsabilità », ma qui sa un po' di criptico.
In ogni caso, l'incontro tra il candidato alla segreteria nazionale del Pd, Pierluigi Bersani, e il mondo dell'associazionismo, volontariato e non profit è molto nello stile dell'uomo (e del candidato).

Low profile, sala vuotina («c'è in contemporanea il Consiglio generale del Forum del terzo settore», spiega Emiliano Monteverde, giovane ex diessino bersaniano sul palco assieme al candidato alla segreteria regionale del Pd, Lorenzo Mazzoli, e alla ex presidente dell'Auser ed ex portavoce del Forum, Maria Guidotti, molti discorsi "pancia a terra" e pochissime concessioni alla "dittatura" dei media.

In sala, quella tutta romana dell'Auditorium di via Rieti, non è che manchi, il terzo settore, anzi. Il mondo del non profit è presente ad alto livello: c'è l'Anpas, la Fish, il Vis, Intersos, Psichiatria democratica, Federconsumatori e molti altri. C'è anche Paolo Beni, presidente dell'Arci, che ha parlato anche da Franceschini, due settimane fa. Mancano le Acli, è vero, ma come ci fa notare Mimmo Lucà, capofila dei Cristiano Sociali che appoggiano compattamente Bersani, «il presidente Andrea Olivero è venuto al mio convegno sulla Caritas in veritate, dove ha interloquito proprio con Bersani».

Che Bersani sia amato, dai cattolici - compresi quelli che militano nel centrodestra - non è una novità da anni. Lo testimoniano i ripetuti inviti ricevuti (e onorati) dall'ex ministro al Meeting di Rimini. Né mancano i consensi e gli apprezzamenti di molti altri esponenti e movimenti del mondo cattolico, dall'Mcl a Confcooperative.

Resta in piedi, però, un problema, che lo stesso Bersani ha sottolineato, nell'incontro che si è tenuto martedì 13 ottobre all'Auditorium di via Rieti: «Negli ultimi due anni non ci sono stati luoghi di confronto, dentro il Pd, con il mondo del sociale e del non profit, mentre invece avremmo dovuto e dovremmo avere sempre "l'orecchio a terra", se vogliamo fare davvero un grande partito popolare che ha a cuore la coesione sociale». Già, ottima idea. Anche se le parole di Bersani vanno subito di traverso al responsabile del non profit del Pd, il franceschiniano Gianluca Lioni: «A forza di avere l'orecchio a terra, Bersani deve essersi distratto». Mah, bagatelle di partito, si potrebbe dire. Livia Turco, però, un'altra che appoggia Bersani, la pensa allo stesso modo: «Vi abbiamo abbandonati, invece a partire dalla povertà a quello della non autosufficienza e fino al servizio civile dobbiamo riprendere il dialogo ».


mercoledì 14 ottobre 2009

Le liberalizzazioni di Bersani

"Un altro punto d’attacco per noi è la libertà economica.
Mentre ribadiamo che ci sono beni fondamentali che non intendiamo affidare al mercato (salute, istruzione, sicurezza) diciamo anche che è tempo di una offensiva liberale per aprire mercati regolati in molti settori dell’economia oggi strozzati da sistemi relazionali, corporativi, monopolistici.
Il cittadino-consumatore al centro e al centro la possibilità di iniziativa economica su basi di parità, a cominciare dai giovani! "

Questo dice Pier Luigi Bersani nel suo discorso alla Convenzione Nazionale del PD

Farmaci, mutui, banche, assicurazioni, e tanto altro, sono stati oggetto delle sue famose "lenzuolate" , che hanno portato tanti benefici reali ai cittadini italiani.

Da lui, ancora una volta, azioni concrete e non solo parole.
Guarda cosa è cambiato grazie alla sua azione di governo http://www.bersanisegretario.it/gw/producer/producer.aspx?t=/SPECIALI/per_te.htm .

domenica 11 ottobre 2009

BERSANI : Apriamo il fronte di una battaglia democratica



Prima di ogni altra cosa un saluto a tutti gli iscritti che hanno partecipato ai congressi di circolo, comunque abbiano scelto o votato.

È stata una straordinaria e inedita prova di democrazia di cui dobbiamo essere orgogliosi.

Ricordiamoci che chi lavora per fare un partito lavora per realizzare la nostra Carta Costituzionale.

Sento la responsabilità che viene dal risultato della mia mozione. Cercherò di esserne all’altezza.

Lavorerò con gli altri candidati per una straordinaria partecipazione alle primarie e perché le primarie mostrino sia il nostro aperto confronto di idee sia la nostra amicizia e la nostra unità.

L’ho detto fin dall’inizio: non c’è bisogno di interpretare o tanto meno di deformare posizioni altrui, e ancora meno di litigare.

Ognuno dice la sua, iscritti ed elettori decidono. Noi ci atteniamo alle loro decisioni.

Ribadisco che per quello che mi riguarda l’unico avversario possibile è colui che piccona la ditta.

Gli altri sono tutti amici e compagni e voglio lavorare con loro in solidarietà e unità.

Questi minuti li dedicherò a parlare di politica e di Italia.

Dobbiamo sentire acutamente la responsabilità di far vivere la nostra vicenda congressuale nel pieno del passaggio cruciale che il nostro Paese sta vivendo, nel pieno della crisi democratica e sociale.

Guai se ci sorprendessero a parlare d’altro.

Parliamo di Italia dunque e parliamone in modo veritiero.

Quali sono i tratti di fondo di questa lunga fase della vita italiana?

Sono una deformazione di fatto degli equilibri costituzionali e un indebolimento progressivo delle nostre prestazioni economiche e sociali rispetto all’Europa e al mondo.

Dire questo non significa essere catastrofisti o alimentare la sfiducia o sottovalutare dinamismi, eccellenze, potenzialità a cui dobbiamo sempre richiamarci.

Dire questo significa ribadire che la realtà va guardata in faccia e che la retorica dello stellone italico, del sole in tasca, dei cieli azzurri sta addormentandoci tutti e rischia di distruggere la capacità di reazione del Paese.

Quei due problemi di fondo entrano oggi in una fase più acuta e più incerta sia dal lato democratico e istituzionale, sia dal lato economico e sociale.

Se si mette l’orecchio a terra si sente nervosismo diffuso, tensione, preoccupazione.

C’è una perdita di orizzonte, una insicurezza crescente nella vita delle persone e delle famiglie, nella prospettiva dell’impresa.

La stessa politica offre al Paese un messaggio di incertezza.

Per dirlo semplicemente, Berlusconi afferra ancora il presente ma non può promettere un futuro né ai suoi né al Paese.

Viviamo dunque su un crinale non sappiamo quanto lungo, né possiamo vedere oggi come si aprirà una fase nuova.

Quel che è certo è che una parte importante dei suoi possibili esiti è nelle nostre mani, nelle nostre mani a cominciare da questo Congresso.

Cominciamo dunque da quello che abbiamo vissuto in questi giorni tumultuosi.

La destra guidata da Berlusconi fa camminare il Paese sull’orlo di una deformazione populista del nostro sistema.

Dobbiamo mettere l’opinione pubblica e la coscienza civile del Paese di fronte alla gravità di questo problema.

Intendiamoci, pulsioni di tipo populista, cioè di semplificazione drastica dei processi di partecipazione democratica, li riscontriamo in molti paesi a democrazia matura.

La difficoltà della democrazia rappresentativa a dominare con efficacia i nuovi problemi lascia spazio a domande di semplificazione e di autorità.

Se altrove tuttavia queste pulsioni sono sfumature pur significative nei meccanismi di consenso, da noi il fenomeno sta penetrando ed è già penetrato ben più in profondità.

Possiamo discutere delle ragioni di tutto questo, ragioni che affondano probabilmente nella cronica debolezza della nostra statualità, nel forte sapore di antipolitica che lasciò in eredità la caduta del muro che avevamo in casa, nella singolare forza, oggettiva e soggettiva, dell’interprete del nuovo spartito.

In ogni caso i fatti ormai si vedono.

Sto parlando del progressivo indebolimento di ogni istituto di mediazione fra popolo e governo, sto parlando dell’idea che il consenso debba prevalere sulle regole, sto parlando dell’idea che noi si sia di fatto fuori dal sistema parlamentare, che gli elettori cioè non eleggano un Parlamento ma un capo e che si possa parlare tranquillamente di coabitazione fra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio.

Questa deformazione ha via via consolidato dei suoi istituti.

Vediamo con evidenza, e le denunciamo, forme di controllo e condizionamento dei mezzi di informazione; vediamo con minore evidenza un fatto ancora più profondo che riguarda la formazione delle leggi.

Il Capo del Governo nomina ormai di fatto i suoi parlamentari.

È il capo che dà la fiducia alla maggioranza e non viceversa.

Con venticinque voti di fiducia e trentotto decreti omnibus in quindici mesi ogni decisione è resa possibile; e quindi ogni pressione e perfino ogni ricatto possono essere possibili verso forze economiche e soggetti sociali, così che prevalgano assuefazione e conformismo; così si pensa di poter portare l’opposizione a quella sensazione di impotenza che genera riflessi ribellistici e minoritari.

Eppure la Costituzione c’è e batte un colpo.

C’è il Presidente della Repubblica, che salutiamo da qui, c’è la Corte Costituzionale.

Ma ecco che arrivano le picconate contro i muri portanti della casa comune.

E le picconate rallentano quando il segno comunque è lasciato e sono pronte comunque a riprendere.

È tempo di reagire ad una deriva che a poco a poco ci allontana dal contesto delle grandi democrazie del mondo.

Ma come reagire?

Non possiamo reagire con risposte speculari che portano legna a quel fuoco che Berlusconi vuole accendere attorno ad una personalizzazione che fa del giudizio del popolo su di lui il giudizio di Dio.

Né peraltro possiamo reagire stando in difesa e abbarbicandoci al politicamente corretto.

Ci vuole una politica di combattimento, bisogna aprire il fronte di una battaglia democratica.

Credo che ci chiamiamo Partito Democratico non perché vogliamo sperimentare la democrazia perfetta in casa nostra, ma perché poniamo al Paese il tema della democrazia e di una democrazia efficiente.

Vogliamo custodire i pilastri costituzionali di una democrazia rappresentativa, rigettare ogni forma di autoritarismo che ci ruberebbe il futuro di paese avanzato fra i paesi avanzati del mondo e ci distaccherebbe intimamente dal contesto europeo.

È tempo di aprire un confronto con tutte le altre forze di opposizione sul tema della democrazia e delle Istituzioni e di rivolgerci alle forze che nella maggioranza sono più consapevoli del problema.

Ribadendo i fondamentali della nostra Costituzione repubblicana dobbiamo avanzare il nostro progetto di riforma centrato su il parlamentarismo modernizzato e rafforzato e scegliendo qualche punto di attacco e di mobilitazione che si faccia capire e che muova le cose nel senso comune.

Quella deriva infatti ha inquinato le falde da cui tutti ormai prendono acqua.

Proviamo con le nostre primarie a dire una cosa precisa.

È possibile che un cittadino possa scegliere il Segretario del PD e non possa scegliere il suo Parlamentare?

Noi vogliamo una legge inquadrata nel sistema bipolare, che garantisca trasparenza e stabilità della maggioranza nella legislatura, e che consenta al cittadino di guardare in faccia il suo Parlamentare, di potergli chiedere conto del suo operato a partire dal suo territorio.

Dobbiamo mobilitarci su questo e chiedere a tutte le forze di opposizione se sono pronte a discutere con noi di una iniziativa su questo punto dirimente.

Detto tutto questo aggiungo subito che non dovremo più fare una battaglia sulla questione democratica separandola dalla questione sociale.

Ogni forma di mobilitazione a cui potremo e dovremo pensare dovrà tenere collegate le due questioni.

Per la storia profonda e per i caratteri profondi di un Paese come il nostro la deformazione del processo democratico può andare in secondo piano se passa l’idea che per quella via qualche problema si risolve.

Non c’è certo bisogno di spiegare questo concetto al nostro Presidente del Consiglio.

Lui si presenta come il personaggio di Pulp Fiction: sono Wolf, risolvo problemi sempre che mi lascino lavorare.

Ma quali problemi ha risolto davvero il signor Wolf?

In ormai dieci anni di governo qual è una riforma che si possa ricordare e che non riguardi lui stesso? Abbiamo forse meno fisco, meno burocrazia, più occupazione, più crescita?

In che cosa è migliorato questo Paese? E adesso, nella crisi, che cosa possiamo dire che stia facendo precisamente se non aspettare che torni il bel tempo?

Non c’è bisogno di essere degli indovini per sapere che cosa succederà: avremo tra quest’anno e l’anno prossimo un milione di disoccupati in più e migliaia di piccole imprese in meno.

E tutto questo per una crisi psicologica! Dopo tanti anni di governo non c’è niente di risolto.

Non si è usato il consenso per fare governo e cioè riforme; si è usato il governo per fare consenso.

Nel Paese è aperta una grande questione sociale alla quale dobbiamo dare voce, per ragioni di giustizia; perché questo è il nostro mestiere; e anche per ragioni di democrazia: la crisi infatti può creare un ulteriore esercito di riserva per le manovre del capo.

Il nostro compito è dunque quello di interpretare la questione sociale, anche in questo caso offrendo uno sguardo ampio del problema e scegliendo punti di attacco e di mobilitazione.

Andiamo alla sostanza. Problemi ne hanno tutti in Europa e nel mondo. Ma da molti anni ormai quando in Europa e nel mondo si cresce noi cresciamo meno e quando si scende noi scendiamo di più.

Così ci giochiamo il futuro.

Anche in questa crisi, se invece di guardare ogni giorno un albero noi guardassimo la foresta, vedremmo che rischiamo una riduzione strutturale della nostra base produttiva, un nostro rimpicciolimento.

Stiamo buttando via le nostre risorse potenziali nell’eccesso di disuguaglianza fra ceti sociali e territori, nell’assenza di mobilità sociale, nell’incapacità di prendere decisioni di sistema, cioè di fare riforme.

Dobbiamo rilanciare l’idea delle riforme con il coraggio e la responsabilità di una nostra visione autonoma.

Riforme sociali, riforme liberali, riforme civiche. Riforme con un nome e un cognome. Non servono qui i soliti elenchi.

Servono punti d’attacco per le proposte e per le iniziative che dobbiamo decidere. Cominciamo da occupazione e redditi.

La priorità assoluta e immediata è quella di portare risorse sui redditi medio-bassi, su chi sta perdendo il lavoro, su chi ha superato la soglia di povertà.

Ci sono poi cantieri di riforme da allestire subito su soglie minime di salario, di reddito, di pensione; sull’unificazione e la tutela dei percorsi di ingresso al lavoro; sulle prospettive del sistema pensionistico e non già dal lato dell’allungamento dell’età (chi ha visto l’evoluzione delle norme sa che questo non è più il problema centrale!) ma bensì sulla tenuta dei livelli pensionistici per le nuove generazioni.

Dobbiamo aprire un confronto per un nuovo patto economico e fiscale con le piccole imprese e con le partite iva, mondo verso il quale abbiamo un problema non risolto.

Dobbiamo promuovere un piano per mettere ambiente ed efficienza energetica immediatamente e stabilmente nel motore della crescita, investendo le politiche industriali, le politiche pubbliche e la qualificazione dei consumi.

Dobbiamo interpretare meglio i temi della scuola e della sanità.

Scuola, Università e Ricerca: la prima e vera fonte energetica del Paese.

Il tratto prevalente dell’operazione Tremonti-Gelmini è quello di una riduzione dell’offerta formativa e dell’occupazione.

Possiamo dire subito che quando toccherà a noi non potremo accettare gli esiti di quella importazione.

Ma così di sussulto in sussulto, il sistema formativo va alla catastrofe in un continuo bricolage di cambiamenti.

Diciamo allora: fermatevi, non consentite il distacco di risorse professionali preziose per il sistema.

Fermatevi, e facciamo finalmente una operazione nazionale, parlamentare sul sistema formativo, mobilitando le migliori competenze così come si fece ad esempio per la riforma del sistema sanitario nazionale, offrendo alle nuove generazioni e al Paese un assetto moderno, stabile e condiviso dell’istruzione e della ricerca.

Quanto alla sanità, qualificazione sì, radicale risanamento sì: abbiamo peraltro eccellenze nell’organizzazione sanitaria in grado di indicare la strada per affrontare i buchi neri che pure abbiamo.

Ma distruggere il sistema universalistico, no! I livelli essenziali di assistenza sono un cardine del sistema universalistico e vanno garantiti in modo universale.

Subito accanto ai temi sociali mettiamo il tema dell’evoluzione dei diritti civili e del rispetto della dignità delle persone.

Basta con gli stereotipi distruttivi sulla dignità della donna. Rispetto per le donne.

Torniamo piuttosto a vederne le condizioni reali di svantaggio e di disuguaglianza, di carico e di fatica nell’organizzazione sociale e familiare.

Aggiungo che a questo fine non si può prescindere da una loro presenza e da un loro protagonismo nei luoghi di decisione.

Per questo non vedo perché non dovremmo sollevare davanti al Paese il tema di regole di transizione o di quote massicce e transitorie sia nei luoghi della politica e delle istituzioni sia in alcuni luoghi dell’economia e della società.

Mostriamoci combattivi, così come stiamo facendo, contro razzismi di ogni genere e contro l’omofobia.

Facendo leva sugli umanesimi forti che stanno nelle nostre radici e che ci consegnano l’idea di un uomo mai separabile dalla sua dignità e dalla sua libertà, stiamo in campo per l’umanizzazione delle conquiste della tecnica.

Diciamolo con chiarezza: non può essere che metà del Paese decida come debba morire l’altra metà; non è possibile. Cerchiamo soluzioni umane e condivise.

E ancora il civismo: grande punto di attacco per le nostre politiche e vera chiave di rapporto con la società civile che anzi preferirei definire come società civica.

Civismo vuol dire innanzitutto sobrietà della politica senza antipolitica.

Ci vuole una Maastricht sui costi della politica che ci metta nella media europea.

Così come ci vuole una Maastricht della fedeltà fiscale con un percorso fatto di dissuasione e di incentivazione.

Civismo è portare il merito dal cielo alla terra accettando e allestendo in ogni campo meccanismi credibili di valutazione; è rispetto per la sicurezza e per la vita umana nei luoghi di vita e di lavoro e soprattutto è legalità, la legalità dello Stato e non delle ronde, la legalità della lotta a tutte le mafie, la legalità di una giustizia civile finalmente riformata e funzionante.

Qui, in questa riscossa civica che il Partito Democratico deve interpretare, metto anche il tema dell’unità del Paese.

Unità ormai non solo o tanto da difendere quanto da conquistare e ricostruire.

Il blocco Lega-destra sta facendo passare l’idea che la politica non deve combattere il divario ma deve interpretarlo, rappresentarlo.

Nella loro visione in realtà la prospettiva del federalismo è appunto questo e questo fa da copertura alla distruzione di ogni politica meridionalistica e alla rapina di ogni risorsa.

Qui e là qualche retro pensiero liquidatorio del tema emerge anche nel nostro mondo.

Anche noi dobbiamo discuterne ma sono convinto che siamo i soli che possono dire le stesse cose a Varese e a Napoli e che possono legare il rinnovamento delle classi dirigenti a politiche meridionalistiche praticabili e davvero nuove nei contenuti.

Sono convinto che abbiamo la forza e la capacità di farlo.
Un altro punto d’attacco per noi è la libertà economica.

Mentre ribadiamo che ci sono beni fondamentali che non intendiamo affidare al mercato (salute, istruzione, sicurezza) diciamo anche che è tempo di una offensiva liberale per aprire mercati regolati in molti settori dell’economia oggi strozzati da sistemi relazionali, corporativi, monopolistici.

Il cittadino-consumatore al centro e al centro la possibilità di iniziativa economica su basi di parità, a cominciare dai giovani!

In questo quadro dobbiamo mettere, facendolo uscire dalle nebbie e portandolo al concreto il tema del conflitto di interessi, fissandolo precisamente su due punti.

Primo, le incompatibilità. Per esempio, chi è nella sostanza il concessionario non può fare anche il concedente.

Secondo, norme contro le posizioni dominanti in tutte le articolazioni che l’evoluzione tecnologica ha portato nei sistemi di comunicazione e di informazione. Qui sta la sostanza del problema; su questo, in una società liberale va concentrata l’iniziativa.

Credo infine ad un nostro risveglio di iniziativa nel grande campo delle politiche locali ormai crucialissime nella formazione degli orientamenti politici.

Le nostre culture che hanno le loro originarie radici nella dimensione del territorio, le nostre culture che hanno inventato l’urbanistica, gli asili nido, le aree artigianali, la sanità pubblica e così via non hanno niente da imparare da chi il quindici anni di veramente nuovo ha inventato solo le ronde.

Tuttavia non possiamo cavarcela così. Dobbiamo portare a sintesi e a politicità le nostre esperienze locali sui nuovi temi di frontiera: la sicurezza, la mobilità, l’ambiente, l’immigrazione, l’integrazione, la rete sussidiaria delle risposte sociali.

I nostri amministratori e in particolare le nuove generazioni dei nostri amministratori, devono essere messe in condizione di aiutarci a produrre un punto di vista, un orientamento nazionale riconoscibile ed identificabile sulle nuove politiche locali.

Mi fermo qui.

Da questi e da altri punti di attacco concreti devono emergere sia il nostro profillo di identità politica, sia la nostra vocazione ad una alternativa di governo, una vocazione al governo del cambiamento.

Noi siamo il partito che pone la questione dell’alternativa di governo sapendo bene che il tempo della semina non è quello del raccolto ma sapendo altrettanto bene che in vista del raccolto la semina ha una certa importanza.

Opposizione vuol dire opporsi e vuol dire anche lavorare visibilmente per offrire un’altra scelta ai cittadini elettori.

Dobbiamo con il Congresso dare un messaggio chiaro e generoso verso l’esigenza di organizzare il campo dell’alternativa.

Chiediamo altrettanta generosità a tutte le altre forze dell’opposizione.

Non siamo più nello scenario di frammentazione esasperata del sistema.

La scelta di fare il Partito Democratico ha cambiato la situazione.

Adesso abbiamo tre cose da fare: rinnovare e rafforzare noi stessi; riaprire il cantiere dell’Ulivo con movimenti politici e civici disposti ad un dialogo con noi; lavorare per un quadro ampio di alleanza politiche.

Noi non vogliamo fare da soli né ci immaginiamo da soli nel futuro.

Chi pensasse di fare da solo lucrando qualcosa dalla divisione delle forze di opposizione se ne prenderebbe la responsabilità.

Penso anzi che dobbiamo proporre già con il nostro Congresso ampie alleanze democratiche e di progresso per le prossime elezioni regionali.

Noi giungiamo a questa politica di apertura con un profilo nostro, senza trattini o divisione dei compiti, con un nostro modo di rivolgerci a tutta l’area del centrosinistra e a quella parte dei ceti popolari che fino a qui hanno guardato a destra.

Il profilo nostro che ho definito sociale, civico e liberale, con la forma, il linguaggio e l’organizzazione di un grande partito popolare dei tempi moderni.

Un partito che si rivolge con concretezza ai ceti popolari (lavoro, piccola impresa, famiglia, nuove generazioni).
Un partito che lavora per correggere i suoi difetti (ne abbiamo visti non pochi in questo viaggio e dovremo ritornarci con grande determinazione).

Un partito non di un uomo solo ma che vive come comunità di protagonisti, che accetta una disciplina liberamente condivisa, che lavora su un rinnovamento fatto non per via di simboli ma riconoscendo piuttosto le nuove forze che sono già in campo e aprendo loro la strada.

Un partito che riconosce che non c’è politica senza pensiero e che riprende quindi in modo non occasionale un rapporto con le forze intellettuali.

Ovviamente un partito plurale, ma non in forma di coabitazione per quanto amichevole.

Un partito che si costruisce come sintesi creativa fra antiche radici e nuove culture.

Se dico sinistra, se dico popolarismo, se dico cattolicesimo democratico, se dico laicità, se dico civismo non sto parlando di correnti, sto parlando di materiali preziosi da amalgamare per costruire il nostro nuovo muro maestro così che le sensibilità e i punti di vista plurali non si balcanizzino e non siano esclusi dalla centralità di un impianto di cultura politica, da trasmettere alle nuove generazioni.

Cari amici e compagni,
invece di dire "futuro" ho detto "storia e senso" sperando che si capisse che intendevo appunto parlare di futuro. Di un futuro che non dimentichi tutti quelli che pronunciando le parole di cui noi facciamo facile uso (libertà, giustizia, democrazia) hanno pagato un prezzo ben più alto del nostro.

Di un futuro che puoi affrontare se ti armi non di vuota retorica ma di un senso sicuro, stabile, convinto. Ho detto cento volte qual è per me il senso e lo ripeto qui: se ti metti dalla parte dei deboli, dei subordinati, di chi lavora, di chi produce puoi fare una società migliore per tutti.

Questo è il senso che vi propongo.

Se non fosse vero questo, se non fosse razionale anche oggi e per il futuro guardare l’innovazione con gli occhi della giustizia e della libertà di tutti, noi non avremmo un mestiere.

Invece è questo il nostro mestiere, la nostra ragione sociale, il nostro senso; quello per cui ci mettiamo in libera associazione, quello per cui diciamo a un giovane: vieni, cambiaci in meglio, combatti con noi!

LUNEDI' 12 OTTOBRE GIANNI CUPERLO A PERUGIA





Lunedì 12 Ottobre alle 18 a Perugia alla auditorium santa cecilia, c'è un importante incontro tra i ragazzi e le ragazze umbre con Gianni Cuperlo e Lamberto Bottini per sostenere la candidatura di Pierluigi Bersani.
In quell'occasione sarà presentato un contributo politico dei giovani umbri da consegnare sia a Bottini che a Cuperlo (e attraverso di lui a Bersani)... Il risultato è stato un documento corposo frutto di un bel lavoro dei giovani democratici che sostengono Bersani e Bottini.

mercoledì 7 ottobre 2009

BERSANI : tra PD e PMI un patto economico sociale

intervista al Sole 24 Ore

Un Pd popolare in chiave moderna

"Il mio sarà un partito popolare in chiave moderna. Dobbiamo rivolgerci ai lavoratori, alla piccola impresa, alle famiglie, alle nuove generazioni. E per dare concretezza a questo approccio dobbiamo essere radicati e presenti laddove questo popolo vive. C'è un pezzo d'Italia che è totalmente fuori dalla comunicazione. Dobbiamo arrivare anche a questa gente. Non è facile perché oggi c'è un nesso pericoloso tra questione democratica e questione socio-economica".

http://www.bersanisegretario.it/allegatidef/bersani_sole24ore_0610111157.pdf

giovedì 1 ottobre 2009

NOTA MOZIONE MARINO REGIONALE su ESTERNAZIONI BORRELLO

Lo straordinario successo conseguito dalla mozione Marino in Umbria ed, in particolare, nel comprensorio orvietano, è frutto dell’appassionato e proficuo lavoro di tutti coloro che hanno aderito a tale progetto politico. Rinnovando le congratulazioni per il risultato ottenuto, considero necessaria una puntualizzazione.
In merito alle dichiarazioni di Paolo Borrello, uscite nei giorni scorsi sulla stampa on-line locale, la mozione Marino prende le distanze. Le esternazioni che hanno coinvolto molti dirigenti locali e le interpretazioni della dinamica congressuale orvietana sono infatti da considerare a titolo prettamente personale.

Valerio Marinelli
Andrea Scopetti
Emanuele Pica

mercoledì 30 settembre 2009

Il voto in 6.095 congressi dei Circoli Pd


Congresso, i dati aggiornati


Hanno votato in 385.117: Bersani 216.130, Franceschini 137.172, Marino 29.303La “Commissione nazionale per le elezioni del 25 ottobre” rende noti i risultati relativi a 6.095 congressi che hanno interessato 675.705 iscritti pari all’81,9% del totale nazionale degli iscritti al Partito Democratico. Si tratta dei risultati trasmessi, alla data di oggi, dalle organizzazioni locali del PD.Votanti 385.117 pari al 56,99% degli iscritti aventi diritto.Voti validi 382.605Pier Luigi Bersani 216.130 voti pari al 56,49%Dario Franceschini 137.172 voti pari al 35,85%Ignazio Marino 29.303 voti pari al 7,66%Questi dati (385.117 votanti) confermano una straordinaria partecipazione delle iscritte e degli iscritti che per la trasparenza, la qualità democratica del dibattito politico e la diffusione territoriale, non ha eguali nel nostro Paese e non solo. Questa partecipazione è anche un segnale incoraggiante per le primarie del 25 ottobre.La Commissione nazionale rende pubblici, a questo prposito, i dati trasmessi relativi alle singole regioni. La prossima comunicazione avverrà sulla base dei risultati definitivi certificati dalle commissioni provinciali per il congresso.

domenica 27 settembre 2009

Orvieto: vince Bersani. Buona affermazione di Marino. Crolla Franceschini




I congressi del Pd di Orvieto hanno ormai interessato oltre il 80% degli iscritti e la mozione Bersani si avvia verso la vittoria. Nei 6 comuni dell'orvietano dove già si è votato (Montegabbione, Castelviscardo, Allerona, San Venanzo, Baschi, Montecchio e Porano) Bersani ha il 57,90 % Franceschini il 23,59 % e Marino l'18,4 %. Ad Orvieto si sono già espressi 9 circoli su 10 ; rimane solo Sugano. Bersani ha il 59,42, Franceschini il 24,43% e Marino il 14,14%. Anche a livello provinciale e regionale siamo sulle stesse percentuali con Bersani/Bottini attorno al 54%. Entro mercoledì 30 settembre 2009, si concluderanno tutti i congressi di circolo ed avremo i dati definitivi.

venerdì 25 settembre 2009

Roberto Vecchioni per Bersani




"Credo in lui, nella sua concretezza e nel suo pragmatismo".
"Penso che sia la persona giusta. Dovrà convincere gli elettori che il Pd è una cosa seria". Lo ha detto Roberto Vecchioni, in relazione a Pier Luigi Bersani e alla sua candidatura a segretario del Partito Democratico, in un'intervista a L'Unità. "Per farlo - ha osservato il cantautore milanese - dovrà agire più che parlare e soprattutto riconquistare la presenza della base, scendere tra la gente, o meglio, partire dalla gente. In Italia abbiamo centinaia di associazioni: perchè non cercare - si è chiesto Vecchioni - un collegamento diretto con questo mondo dell'associazionismo così vitale e capillare nel nostro Paese ?".

sabato 12 settembre 2009

Trappolino per Bottini: "C'è il territorio nel nostro futuro di umbri e di democratici".



C'è il territorio nel nostro futuro di umbri e di democratici. Ha quindi ragione Lamberto Bottini, candidato alla Segreteria regionale del Pd, a definirlo "laboratorio di un nuovo sviluppo" regionale. Là dentro, infatti, trovano collocazione i vettori della crescita del Paese: natura, storia e conoscenza. Parole che rappresentano bene l'identità dell'Umbria e la sua distintiva via alla modernità. È sul territorio che il Pd può esercitare un primato politico e culturale e diventare un partito dei luoghi e, assieme, un partito con una funzione nazionale. Perché è sul territorio che si misurano le capacità di rappresentanza sociale, si formano e si valutano le classi dirigenti. La sfida è impegnativa, perché si tratta di combinare, in maniera intelligente e con piglio strategico, tre ordini di realtà che adoperano logiche proprie: i flussi della globalizzazione, le comunità di vita e di lavoro; gli assetti produttivi. Con l'avvertenza di non risolvere la complessità di questa nuova fase con le sole geometrie istituzionali o i tafferugli in vista delle regionali. C'è bisogno di un partito radicato e organizzato; che riflette sulla funzione di rappresentanza riappropriandosi di quel "principio di realtà" senza il quale la forma-partito degenera nella mera organizzazione del ceto politico. Il Pd era nato con l'ambizione di poter trasformare la lunga deriva del riformismo e rimettere insieme il corpo e l'anima del processo di emancipazione democratica. Ma, ad un certo punto, abbiamo smarrito la bussola, avvitandoci in una prassi inaridita mentre la crisi smantellava il paradigma neoliberista. È mancato qualcosa la cui assenza permane. Ecco: credo che questo qualcosa sia un sapere che viene dall'incarnare il punto di vista del mondo del lavoro, dei ceti produttivi e dei ceti popolari. Un sapere non solo teorico e che ci permette di rispondere ai giovani operai, sostenitori di Bottini e di Bersani, che ci "interrogano" sulle crisi aziendali della regione, sui numeri della precarietà, sulle difficoltà delle piccole imprese e degli artigiani. Ma quando il lavoro perde centralità, il territorio diventa una "scatola nera" ignota alla politica e il partito si balocca con se stesso e si dimentica che la sua missione è là fuori; allora ecco giustificata la triste esistenza di una sorta di organizzazione politica in franchising buona per sostenere la lunga vita di notabili locali o aspiranti tali. Ho aderito alla mozione Bersani perché credo che ci sia un'idea di partito da correggere. Perché i valori dell'uguaglianza, della libertà, del lavoro e del merito non si inscrivono nel "senso comune" di una società migliore con un partito intermittente. La discussione congressuale, quindi, riguarda la linea politica generale e richiede una sterzata oltre la retorica dell'innovazione. Oltre la cosmetica, le tessere e le rese dei conti. Il prossimo congresso dovrà avere un carattere "costituente". Proviamo a introdurre elementi di stabilità dicendo prima "chi siamo" poi "cosa vogliamo fare" per l'Umbria e per l'Italia. Quindi ragioniamo sulle tattiche con la loro necessaria duttilità. Ma non procediamo alla rovescia e non invochiamo la modernizzazione per giustificare un'ipotesi "pastorale" dai contorni un po' troppo sfumati. Al Pd serve di riconquistare il tempo opportuno della riflessione, fuori dall'ansia della prestazione mediatica. Abbiamo perseverato nello "spettacolare" anziché piantare solide radici e definire un'identità politica riconoscibile. Dobbiamo correggere la rotta e mettere il Pd su basi solide per pronunciare un'idea di società attorno a cui raccogliere il cuore e le ragioni di donne e uomini.

giovedì 3 settembre 2009

Pd diventi protagonista di una riscossa civica - Intervista a Pier Luigi Bersani su Panorama



L'infanzia al distributore di benzina del padre. Le tensioni con i cattolici: prima i genitori, oggi Franceschini e Binetti. Il favorito alla segreteria dei democratici parla a tutto campo. E si indigna: "Non sono il burattino di D'Alema".

Inizia così l'intervista a Pier Luigi Bersani di Luca Telese, pubblicata dal settimanale Panorama.

La prima sorpresa è appena entri. Pier Luigi Bersani, nel comitato in piazza Santi Apostoli a Roma, lo trovi all'ingresso, in una stanza ritagliata con due vetrate in un corridoio cieco.
Nella sala più bella ci sono i volontari. Una trovata d'immagine? O una scelta simbolica, il ritorno al prevalere del partito sul leader?
Bersani sorride, allaga le mani come per disegnare i confini vagamente angusti del suo ufficio, scherza: "C'è chi sogna il loft. Io che ho spirito di servizio, sto in portineria, eh, eh".

Vai a trovarlo per capire chi è l'uomo che secondo i pronostici sarà il nuovo segretario del Pd, con quale linea vuol vincere, cosa pensa dei suoi avversari e del governo a cui si oppone. A metà intervista, quando gli dici che nel taccuino si è stampata la terza frase proverbiale ("La lama si affila sul sasso"), scoppia a ridere: "Lo so, il bersanese io parlerò così".

D - Onorevole Bersani, cominciamo dalla sua famiglia. Sembra che lei la nasconda...

R - Niente affatto. Ho una moglie, Daniela: lavora in una farmacia comunale. Ho due figlie, Elisa e Marherita, che sono il mio spazio privato e se possibile sacro. Elisa studia storia medievale, Margherita fa lo scientifico. Non le ho mai esposte, e non lo farò certo adesso.

Elisa ha 25 anni, Margherita 17: l'età in cui si formano le idee. Che pensano del suo mondo?

(Sorride, gira gli occhi, sospira) Mi pare che siano...un po' più a sinistra di me.

Con Daniela da quanto state insieme?

Da quando avevo 18 anni. Sono del 1951, faccia lei.

Siete sposati in Chiesa?

Oh certo!

Ma se lei passa per quello che rivuole fare il partito dei mangiapreti!

Veramente sono un ragazzo cresciuto in oratorio, al punto che il mio primo sciopero, sempre scherzando, l'ho fatto da chierichetto. I miei erano, diciamo, gente di parrocchia.

Il parroco che dice della sfida?

Si chiamava don Vincenzo Calda, gli ho voluto un gran bene, purtroppo non c'è più.

La sua non era una famiglia politicizzata?

Ma figurarsi...Mio padre e mia madre votavano Dc e il mio paese, Bettola, era bianco, bianchissimo.

I suoi cosa dicevano del suo stare nel Pci?

Mia madre, curiosamente, la stessa cosa di Fedele Confalonieri: "Un bravo ragazzo, peccao che sia di sinistra". Però escludo che si siano parlati.

Suo padre invece era meccanico e aveva una pompa di benzina.

Ci ho lavorato anche io.

Per davvero, o lo dice per fare immagine da "working class hero"?

Pomeriggi, domeniche, sole, pioggia. Vuole un aneddoto?

Prego.

Una volta al ministero con una delegazione dei sindacati dei benzinai. Era gente esperta di trattative, c'era un momento difficile, mi sparavano addosso...A un certo punto io faccio: “Ohé, mi sa che intorno a questo tavolo l’ultimo che ha servito a una pompa sono io

Anche Gianfranco Fini, come lei, aveva un padre benzinaio. Lo sapeva?

No. Ma allora doveva essere dell’Agip.

E come mai?

Perché noi eravamo della Esso. Sa anche lì c’è il bipolarismo, eh, eh.

I suoi saranno stati contenti quando è passato dal movimentismo in Avanguardia operaia al Pci.

Macché, il contrario. Finché parlavo male del partito, anche da movimentista, andava tutto bene. Quando ci sono entrato si sono preoccupati. Ci siamo riconciliati con l’Ulivo.

Walter Veltroni dice di non essere mai stato comunista.

Lo so, ma non capisco cosa voglia dire. Io ero un comunista emiliano, certo, italiano. Ma ero comunista, non c’è dubbio.

Mai tifato Urss?

Guardi, per la mia identità contava molto di più Novecento di Bernardo Bertolucci che la corazzata Potëmkin di Ejzenstejn.

E adesso, da Umberto Bossi a Maurizio Sacconi, molti a destra dicono: “Per noi meglio Bersani”. La preoccupa?

In questo sono all’antica: il rispetto degli avversari mi pare una cosa bella.

Quando lei ha detto "’sto Berlusconi qui” era uno sfottò oppure bersanese?

(Ride) Nessuna ingiuria. Bersanese puro.

Ma come nasce questa lingua?

(Sospira) Senta, io negli anni Settanta parlavo in un modo che oggi mi fa quasi schifo: antagonismo, contraddizioni di classe…Era ostrogoto. Ho fatto uno sforzo, adesso credo nella nobiltà della metafora e alla bellezza dell’esempio.

Ovvero?

Se spiegando perché le proposte di Roberto Calderoli non mi vanno mi viene da dire "è come un maiale fatto tutto di prosciutti", mi sembra una sintesi efficace.

E se le dicono che lei è il burattino di Massimo D’Alema si arrabbia? E quando Franceschini spiega che non può fa tornare quelli di prima, cioè lei e D’Alema?

Prima c’eravamo tutti. E tutti gli ultimi segretari di Ds, Margherita e Pd sono tutti con Franceschini.

Franceschini dice che lei ha idee vecchie.

Sa, chi è nuovo e chi è vecchio non lo decidiamo io o lui, ma la storia.

Sul suo avversario non si scompone…

Se sono chiacchiere, mi importa poco. Se si parla di fatti, eccoli: io ovunque sia andato, dalla regione al governo, ho innovato.

Il suo Pd non sarà un Pds mascherato?

Macché. Dico in tutta Italia che dovrà essere il partito delle liberalizzazioni e non del liberalismo. Io voglio li-be-ra-liz-za-re.

Lei ha detto che da leader non potrà fare a meno della parola sinistra. Ma allora Franceschini è di centro?

(Altro sorriso) Glielo chieda. Io penso che dovrebbe dichiararsi di sinistra pure lui. Sinistra ha un senso, è un’idea. Già una parola come centrosinistra è un toponimo, una cosa difficile da spiegare.

Lei ha paragonato il suo ideale di partito prima a una bocciofila e poi all’Avis. Non sono immagini accattivanti.

Era per spiegare che il tuo scopo deve essere fuori di te, il bene del Paese. Io voglio che il Pd diventi protagonista di una riscossa civica.

Siete figli del Pci o della Dc?

L’ho già detto: mi sento figlio di una cultura che viene da più lontano. Una cultura non statalista ma solidarista. Ma sto anche facendo uno strappo, perché non giro lo sguardo indietro.

Si sente socialdemocratico?

Non lo considero un insulto. Ma il mio ideale è una cosa diversa. Forse dovrei costruire una parola nuova partendo dall’idea della solidarietà e da quella della libertà.

L’opposizione deve essere più dura?

Di sicuro più combattiva, per me. Ma deve essere chiaro che l’obiettivo è sempre un’alternativa di governo.

Deve essere antiberlusconiana?

Non credo alle diversità antropologiche e alle ideologie, soprattutto alle definizioni per negazione. Quando spiego che non sono antiberlusconiano, e qualcuno protesta, spiego che cosa per me non va in lui.

E cioè?

Siamo al riassunto di un ciclo di 15 anni. Per 10 ha governato il Cavaliere, e gli italiani lo hanno fatto governare. Se si tirano le somme, si scopre che paghiamo più tasse e che abbiamo meno crescita di quando è arrivato Berlusconi.

I leghisti sono barbari?

Non ho mai pensato che siano quelli con l’elmo di Asterix. Vado sempre alle loro feste, li prendo sul serio, ma, se serve, gliele canto anche.

E cioè?

Il mio riformismo padano ha prodotto gli asili nido migliori d’Europa, i consorzi, l’urbanistca…E il loro?

Lei è così padano che non vuole il dialetto a scuola?

Dopo che si è imparato l’italiano mi sta bene tutto. Dopo, però.

E le gabbie salariali?

In parte il divario era un problema di tutti. Poi la questione Nord-Sud ha preso il monopolio del divario e la politica per tre decenni ha mostrato di volerlo contrastare, senza peraltro riuscirci. Adesso pare lo si voglia interpretare. Si inventano leghe territoriali e si battere la palla con parole vecchie e inutili come agenzia, cassa, comitato…

Molti ex diessini dicono: voto Ignazio Marini perché sui temi della laicità è meno generico di Bersani.

Non sono affatto generico.

Facciamo un test. Fine vita?

Come muoio io non possono deciderlo Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello.

Carina, ma chi deve decidere?

Il paziente, il medico, la famiglia…La soluzione deve essere umana, non burocratica, e nessuno ti può attaccare a una macchina se non vuoi.

E i diritti degli omosessuali?

Visto il clima che viviamo, e tutte le aggressioni, credo che i tempi siano maturi per una legge contro l’omofobia.

E le unioni civili?

Le considero un fattore minimo di civiltà.

Molti elettori sono rimasti delusi perché in Parlamento, a partire dal caso Englaro, nel Pd c’erano dieci posizioni diverse.

Hanno ragione. E se vincerò io girerò la ruota.

Cioè mettere dei limiti ai cattolici?

No, su questi temi è sbagliato dire che la divisione sia tra laici e cattolici. Nella mia mozione ci sono cattolici come Enrico Letta e Rosy Bindi, che scrisse proprio la legge sui Dico, trovando un difficile punto di equilibrio in Parlamento.

Lo avevate trovato, è vero, ma poi saltano fuori la posizione prevalente, la posizione di minoranza, quella dei teodem…

Non si può accettare che a furia di annacquare l’acqua il vino non ci sia più.

Ovvero?

Se fai il parlamentare del Pd, non puoi decidere solo in nome della tua coscienza. E quindi deve essere chiaro che se vuoi aderire a un gruppo, su certi temi, il principio di maggioranza deve essere rispettato anche al momento del voto. Non è possibile che tutti facciamo come ci pare.

Con la Chiesa che rapporto avrà?

Spero ottimo. Oggi sta venendo al pettine quello tra la Chiesa e il centrodestra. Il governo ha cercato di intrecciare relazioni che spesso si sono rivelate utilitaristiche e strumentali. Adesso si avverte un forte disagio nell’opinione cattolica per la doppia morale che spesso emerge dietro queste campagne.

Ma perché dovrebbero scegliere Pd, i cattolici?

Il nostro atteggiamento sarà chiaro. Saremo per rigore e sobrietà nell’azione di governo. Saremo attenti al sociale e alla sussidiarietà. Interpreteremo la laicità con responsabilità della politica. Certamente vogliamo un’evoluzione nel campo dei diritti civili e una buona regolamentazione del rapporto tra scienza, tecnica e vita

venerdì 24 luglio 2009

I Cristiano sociali aderiscono alla mozione di Bersani






LETTERA APERTA A PIER LUIGI BERSANI

Caro Pier Luigi,

noi Cristiano sociali siamo per un congresso di fondazione del Pd che parli al Paese. Per questo sosteniamo la tua candidatura con un consenso largo del nostro Consiglio Nazionale.

Siamo convinti che le tue sperimentate capacità dirigenti e le tue proposte potranno garantire al Pd la forte discontinuità di linea e di conduzione che oggi è necessaria. Con te scegliamo un leader per il partito non un partito per il leader. Un partito democratico e riformista, radicato e popolare.

Ti scegliamo anche perché ti sappiamo attento a coltivare la memoria delle radici come risorsa di un nuovo slancio verso il futuro. Con la tua segreteria il Pd può tornare ad essere il figlio legittimo dell’Ulivo e della sua ispirazione di fondo: unire forze diverse attorno ad un programma per riformare il Paese. Senza pretese di autosufficienza.

Questo congresso è davvero decisivo: se non darà risposte adeguate ai problemi del paese, se non si farà capire dagli italiani, potrebbe anche aprire la strada al fallimento del progetto politico del Pd.

Questa è la posta in gioco. E per questo serve una leadership in grado di ridare al partito lo slancio di un processo costituente dichiarato troppo prematuramente concluso.

Il nostro sostegno dunque non nasce da una pregiudiziale di appartenenza: siamo con te ma non ci sentiamo contro altri. Il rapido irrigidirsi del partito in correnti sa più di vecchie derive che di nuovi percorsi: noi non aderiamo ad alcuna corrente né intendiamo farlo. La nostra proposta è anzi che il Congresso superi le correnti, legittimando come soggetti della democrazia interna le aggregazioni costituite a sostegno delle mozioni congressuali ed alimentando il pluralismo del partito con il contributo riconosciuto di associazioni e fondazioni culturali.

La presenza di più candidati è una ricchezza. Purché il confronto sia leale, civile, costruttivo. Conosciamo bene e stimiamo Franceschini e Marino ai quali ci unisce anche il comune riferimento alla fede cristiana. Noi, però, non siamo nel Pd per scegliere in base a richiami identitari o vicinanze di percorso. Il pluralismo delle storie e delle culture politiche è una grande risorsa del partito. E noi siamo fieri di portare nella comune avventura i valori e la realtà del cristianesimo sociale e del riformismo cattolico. Non per imbalsamarli in una identità ma per metterli in gioco in una nuova sintesi rivolta al futuro.

Compito del congresso è correggere gli errori della fase costituente e portare a sintesi questo pluralismo attorno ad una linea politica utile all’Italia. Dobbiamo fare chiarezza per unire, non per esasperare personalismi e diversità.

Abbiamo sostenuto la candidatura di Veltroni a segretario. Tu sai che però abbiamo vissuto con disagio crescente e poi con critica aperta la linea politica assunta dopo le primarie. Non abbiamo condiviso né la concezione personalistica del partito e della democrazia interna, né l’interpretazione della vocazione maggioritaria come pretesa di autosufficienza nel contesto di una irrealistica concezione bipartitica del sistema politico italiano.

Dopo la sconfitta subita alle politiche, era necessario un cambiamento di rotta per ridare slancio al progetto democratico. Non è stato fatto. Ed ora facciamo i conti con un nuovo, pesante insuccesso.

Franceschini è un amico al quale ci legano molte cose: per un tratto di strada ha condiviso l’esperienza dei Cristiano Sociali. Avvertiamo, tuttavia, che oggi la sua proposta non sarebbe in grado di garantire un vero mutamento di rotta. Quando ha assunto la segreteria dopo l’abbandono di Veltroni, ne abbiamo apprezzato il coraggio e la responsabilità. Dario ha fatto del suo meglio, in questi mesi, per tenere unito il partito e limitare i danni. E in parte c’è riuscito.

Il suo ricandidarsi alla segreteria, però, ci ha sorpreso. Anche per lo stile con cui l’ha fatto. L’aver cavalcato all’esordio, in modo aggressivo e poco credibile, la discriminante tra vecchio e nuovo non

ha certo favorito un clima costruttivo. Cercare consensi su pregiudiziali di questo tipo può servire per giocare il popolo delle primarie contro il popolo degli iscritti ma non aiuterà il congresso a trovare coesione e nuovo orientamento. Quando si esagera nel proiettare sugli elettori la competizione interna, si alimenta una conflittualità esasperata e si rende confuso e poco leggibile il profilo del partito agli occhi dei cittadini.

Solo una forzatura, caro Pierluigi, può dipingerti come uno che coltiva la nostalgia del passato. Tu sei ben consapevole che il partito e il suo gruppo dirigente debbono rinnovarsi. Il problema è decidere in quale direzione. Non tutto ciò che è nuovo è anche giusto e politicamente efficace. Il partito soffre perché l’innovazione sin qui introdotta è insufficiente e, su molti punti, sbagliata.

Con Marino abbiamo molte ragioni di vicinanza. Con lui condividiamo il valore centrale della laicità democratica. La sua candidatura può contribuire a qualificare il dibattito sui temi eticamente sensibili. E sarà tanto più vero se saprà resistere a chi vuole spingerlo verso accentuazioni laiciste o verso il nuovismo ideologico.

Con lui si propone al vertice del partito una persona non gravata da precedenti responsabilità. Proprio questa novità, tuttavia, rende meno dimostrata la sua capacità di condurre il Pd in uno scenario sociale e politico così difficile.

La nuova leadership dovrà saper innovare con coraggio; ma dovrà anche avere lungimiranza, capacità di ascolto, spirito unitario. Dovrà riuscire a tenere insieme chi proviene da lunghi tragitti e chi è mosso dalla passione di un recente accostamento alla politica. Dovrà valorizzare nuove energie giovani e competenti, esponenti di esperienze significative della società civile. Purché non pretendano di iscriversi direttamente alla segreteria del partito sol perché abili nel cercare visibilità e a navigare nella rete. Il Pd a vocazione maggioritaria non può procedere per forzature che avvicinano alcuni ma allontanano altri e alla fine assottigliano il consenso al partito.

Per un tale compito non basterà un uomo solo al comando. Occorre formare una squadra non improvvisata che non sia al servizio del leader ma del progetto. E servirà la capacità di farla lavorare in modo corale, dentro una cultura della decisione che conosca davvero il senso della corresponsabilità e della verifica democratica.

Sono queste, caro Bersani, le ragioni politiche che ci spingono a sostenerti. E a qualificare, com’è nostro costume, il sostegno alla tua candidatura sul terreno dei contenuti. Ti uniamo, a questo proposito, il documento dei Cristiano sociali. Abbiamo cercato di dare il nostro contributo alla tua Mozione. La condividiamo in larga parte. La troviamo però ancora insufficiente su alcuni tratti importanti della nostra cultura politica: la rilevanza pubblica delle fedi religiose, la centralità del sostegno alla famiglia nelle politiche di welfare, la portata della questione morale nella riforma della politica, l’urgenza di misure efficaci di contrasto delle povertà. Siamo sicuri che sarai disponibile a confrontarti nuovamente con noi su questi temi lungo il percorso congressuale, anche per favorire il dialogo con il mondo associativo che costituisce la nostra naturale area di riferimento.

Per parte nostra, ci disponiamo a lavorare – nelle forme che insieme definiremo – per rendere operativa e visibile, anzitutto nei territori, la nostra partecipazione alla campagna congressuale.

Roma, 22 luglio 2009 Mimmo Lucà

Coordinatore Nazionale dei

Cristiano Sociali